Apre il laboratorio di lettura per gli insegnanti di religione cattolica

Il 12 ottobre 2017 alle 16:30 presso il Santuario “Maria SS. della Catena” di Laurignano (CS) è iniziato il primo laboratorio di lettura e scrittura creativa per gli insegnanti di religione cattolica. Obiettivo: l’utilizzo nella didattica della letteratura narrativa per abilitare gli studenti ad ascoltare la Parola, a lasciarsi coinvolgere ed essere pronti a “rischiare” in un’avventura dalle conseguenze imprevedibili. Pubblichiamo un estratto dell’incontro animato da Romina Arena, scrittrice e critica letteraria, riguardo l’importanza della lettura per l’insegnante di religione cattolica chiamato a testimoniare il Vangelo e a comunicare – con un linguaggio comprensibile – la Verità agli studenti che scelgono di seguire l’ora di religione cattolica a scuola.


REPORT – Laboratorio di lettura del 12 ottobre 2017

Si legge per evadere dalla realtà. Non potrebbe esserci affermazione più ingiusta e falsa di questa. La lettura è una attività seria e talmente seria da essere quasi pericolosa. Leggere è un atto rivoluzionario perché, che ci piaccia o no, sovverte l’ordine prestabilito degli elementi. In particolare, l’ordine prestabilito degli elementi dentro di noi. Tat’jana Kasatkina – filologa, filosofa e massima conoscitrice e studiosa di Fëdor Dostoevskij – scrive a proposito: “[…] ogni rilettura del testo opera qualcosa anche in noi, perché leggere un testo impunemente non è possibile. Come qualsiasi personalità con cui entriamo in rapporto, anche il testo agiste, fa qualcosa a chi si relazione con lui realizzando, come accadeva nell’alchimia, un’influenza reciproca: noi influiamo sul testo e il testa agisce su di noi; ci trasformiamo reciprocamente […].Il circolo ermeneutico […] è un modello che riproduce esattamente le operazioni alchiliche, tanto che anch’esso implica un pericolo assolutamente reale che non abbiamo il diritto di tacere ai nostri alunni, perché può esserci qualcuno che non vuole affatto che si faccia qualcosa su di lui e preferisce rimanere nella condizione in cui si trova. Siamo noi a dover essere coscienti del rischio connesso alla ricezione interiore della letteratura e ad avere la responsabilità di avvertire i nostri alunni. Perché i nostri ragazzi, essendo giovani, avendo un’innata tendenza al rischio e a sentire che la minaccia di un cambiamento radicale può rendere la vita incredibilmente intensa, sono naturalmente predisposti a percepire il fascino di questo lavoro, tuttavia devono avere la possibilità di rendersi conto che ogniqualvolta li coinvolgiamo nella lettura di un’opera letteraria, li stiamo coinvolgendo in un’avventura che avrà conseguenze assolutamente imprevedibili e che potrebbero perfino essere molto serie.Qualcuno, ad esempio, potrebbe cambiare radicalmente il suo punto di vista, iniziare a vedere ciò che lo circonda in una luce nuova e decidere di colpo di lasciare tutto quello che stava facendo prima, addirittura di andarsene da qualche parte, troncando i rapporti con le persone che prima erano tutto il suo mondo. non si tratta di sciocchezze, non è semplicemente un’avventura divertente: leggere implica un avventurarsi rischioso, sia per l’alunno sia per l’insegnante” (Tat’jana Kasatkina, Il metodo di lettura da soggetto a soggetto, in Fëdor Dostoevskij, Scritti dal sottosuolo, Editrice La Scuola, 2016).

Perché succede?
Non perché la lettura ci porta ad un livello alto di astrazione e quindi ci scolla dal mondo, ma proprio per il suo contrario: perché ci spinge – ci obbliga – a vedere. A vedere quello che siamo, ad assaporare quello che vorremmo essere, a capire la realtà che ci circonda, a carpirne il significato sotto il simbolo, a dare nome e cognome a quello che ci si agita dentro. Se ci commuoviamo, se ci arrabbiamo, se restiamo col fiato sospeso, se parteggiamo per un personaggio o un altro non è certo perché stiamo evadendo, ma esattamente per il suo contrario: perché ci stiamo coinvolgendo e quanto più ci coinvolgiamo tanto più diventiamo ricettivi e reattivi. Coinvolgersi vuol dire accettare di mettere in gioco se stessi a carte coperte. Abbracciare di fatto un mistero muovendosi cautamente un passo alla volta senza sapere se quello che stiamo compiendo è l’ultimo, ma certi che a dettarlo è l’esperienza accumulata con quello precedente. Esattamente nel modo in cui Emily Dickinson lo fissa nella sua poesia:

Avanzavo di Asse in Asse
Un lento e cauto cammino
Le Stelle intorno al Capo percepivo
Intorno ai Piedi il Mare –Sapevo soltanto che il prossimo
Poteva essere il mio centimetro finale –
Ciò mi dava quella precaria andatura
Che alcuni chiamano Esperienza –

(Emily Dickinson, The Complete Poems)

Accettiamo il mistero perché ci incuriosisce, perché desta in noi quel fremito di libertà che è in tutto e per tutto varcare un confine tra la terra di quello che già conosciamo e che costituisce la comfort zone delle nostre certezze in cui ci sentiamo rassicurati e protetti, ed il mare aperto di ciò che ancora non conosciamo e che ci aspetta per essere scoperto dentro e fuori da noi allo stesso modo con cui Ismaele decide di “partire per un viaggio a balene”, per il desiderio di spostare un po’ più un là il confine e l’orizzonte. “Io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane. Mi piace navigare mari proibiti e approdare su coste barbariche. non ignorante di ciò che è bene, sono lesto a percepire un orrore, ma non per questo, se ci riesco gli volto le spalle; dato che non è che bene mantenersi in buoni rapporti con gli inquilini del luogo dove si abita” (Herman Melville, Moby Dick, Adelphi, 1987).Quando si abbraccia un mistero, si abbracciano tutti interi anche la possibilità e il rischio di farsi cambiare, di fare incontri non programmati, di seguire direttrici che non si sa dove portino, di abbassarsi, di uscire rivoluzionati da questa selva che è la letteratura dentro la quale ci si fa strada a colpi di machete; da questo oceano per il quale ci si è imbarcati lasciando a terra tutto. “[…]quand’io mi metto in mare, lo faccio da semplice marinaio, ben dinanzi all’albero, ben giù nel castello e bene arriva alla testa d’alberetto. E’ vero, mi dànno un bel po’ di ordini e mi fanno saltare sulle manovre, come una cavalletta a maggio in un prato. E sulle prime, la faccenda è abbastanza spiacevole. Tocca una persona nell’onore, specialmente se accade che questa persona discenda da una vecchia famiglia residente, i Van Rensselaers o i Randolphs o gli Hardicanutes. E più che tutto vi succede questo se, soltanto un poco prima di cacciar le mani nel secchiello del catrame, voi l’avete fatta da padrone in qualità di maestro di scuola in campagna, dove i ragazzi più grandi vi stavano innanzi come al nume. E’ forte il passaggio, ve l’assicuro, da maestro di scuola a marinaio, e richiede una robusta alimentazione a base di Seneca e di Stoici, per mettervi in grado di sorriderci e sopportarlo. Ma anche questo col tempo dà giù”. (Moby Dick)

Allora, a che serve leggere?
Serve a scoprire la propria umanità, ad abbassarsi al livello della realtà (dentro la quale siamo inevitabilmente immersi), guardarla, capirla quando ci parla, vagliarla ed intuirla nuda e cruda. In altre parole, significa esercitare uno sguardo attento e penetrante rivolto non all’astrazione del cielo, ma alla concretezza della terra. Significa, in definitiva, imparare a stare al mondo, dentro il mondo e con il mondo. E’ un atto di apertura verso se stessi e verso gli altri, un atto di comunione – di comune unione – e di corresponsabilità – di comune responsabilità. Guardare – e vedere – la realtà – quindi se stessi – andare oltre la superficialità dell’impressione, ecco cosa propone la lettura e la letteratura; ecco cosa bisogna offrire ai ragazzi, oggi: non uno strumento per scappare da questo mondo, ma uno sguardo nuovo e vivo su questo mondo, su questa realtà perché – fidiamoci – nessuno è mai scappato dalla propria realtà. Nessuno è mai scappato – tout court – dalla realtà. E allora tanto vale vederla e vederla bene; leggerla ed esercitarsi a leggerla bene.È cosa buona e giusta, allora, che si inizi a fare pulizia di obsolete sovrastrutture demagogiche e didattiche – falsamente didattiche – che gravano sulla lettura. E’ bene educarsi ad una nuova forma di lettura – quella esperienziale – e quindi di visione della realtà. Educarsi a stare con quanto c’è, con quanto si vede, si sente e si percepisce con i sensi. Tutto quello che c’è da sapere è già dentro il testo e sta a chi legge (e rilegge, e rilegge) estrapolarlo scendendo più a fondo in una attività esegetica sempre più sottile e che però parte da un dato certo: quello che ci viene restituito dall’esperienza, cioè da un fatto concreto e sperimentato. E questa è proprio quello che accade durante la lettura in cui la parola prende forma e vita e va a costituire la tridimensionalità della storia e della narrazione così che noi non solo leggeremo la storia, ma anche la vedremo. L’immagine, allora, diventa evento e l’evento esperienza. Accade così che la letteratura (e la lettura) non è più un diletto, ma un impegno. Un impegno prima di tutto con noi stessi – nella crescita della nostra dimensione interiore – e poi un impegno con gli altri, qualora decidessimo di farci (e dovremmo, sempre) moltiplicatori di questa bellezza.Si tratta, come suggerisce Lucilio Santoni, di aprire “biblioteche nell’anima” perché: “Chi apre biblioteche nell’anima è persona affetta da sensibilità estrema e palpitante, disponibile a vedere il campo invisibile delle emozioni. È aperta al mare della nostalgia, alle cime tempestose dell’inquietudine, al mestiere di vivere che spesso è doloroso oltre misura, che a volte si configura come un viaggio nelle tenebre, altre volte come un lacerato stare fermi in attesa del nulla. Ciononostante non smette di gridare nel deserto, non cessa di fare poesia, non distrugge completamente la tela che sta tessendo nell’attesa; e questo non smettere di credere nelle parole e nel silenzio lo chiama speranza […] Una persona che trova il libro cercato tutta la vita diventa silenziosa. Il libro cercato può essere un corpo. Il corpo cui si anela tutta la vita può essere un libro. […] Le necessità dell’intelletto, i disagi della mente, le privazioni dell’anima, si mescolano con la carne che desidera, con le ansie che si placano per riemergere rafforzate un minuto più tardi. Le immense memoriae dell’umanità, tutto lo studio dei classici, rendono nobile il nostro stare sulla terra, ma sono nulla senza lo slancio dato dal desiderio, quello puro, svincolato dai bisogni e vieppiù legato alla speranza. Si può morire di solitudine, morire per non riuscire ad ascoltare una voce desiderata” (Lucilio Santoni, E nell’anima aprire biblioteche, in Federico García Lorca, Lindau, 2017).

di Romina Arena, dal blog “La Biblioteca di Montag”

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2017-11-05T19:05:54+00:00